domenica, settembre 16, 2007

mercoledì, settembre 12, 2007

Cruelty free

Qui un pdf che chiarisce quanto possano valere i marchi senza crudeltà.
Stilato da Fabrizio Zago, l'esperto (vero!) di chimica e cosmetica di Biodizionario.it e da Massimo Tettamanzi, chimico e impegnato nella ricerca alternativa alla vivisezione.

venerdì, settembre 07, 2007

Gli imbroglioni


Nella notte delle elezioni politiche del 10 aprile 2006 il flusso di dati sull'andamento dei voti si blocca tre volte. Tre interruzioni che secondo Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio corrispondono a tre attacchi al sistema di sicurezza informatico del Viminale. L'ipotesi del film-inchiesta “Uccidete la democrazia” trova nuove conferme nel recente seguito “Gli imbroglioni”, proiettato in piazzale Olivieri alla presenza di Cremagnani.
A vigilare sulla sicurezza del sistema informatico del Ministero degli Interni fu chiamata Telecom, che fornì l'esperienza del capo della sua security, Giuliano Tavaroli, venuto poi alla ribalta delle cronache giudiziarie per aver costituito un servizio segreto parallelo dentro la sua azienda. Il gruppo di “esperti” che effettuò il sopralluogo al Viminale era proprio in quei giorni indagato per il Laziogate con l'accusa di essere penetrati nel sistema dell'anagrafe per condizionare i risultati delle elezioni amministrative di Roma. La tesi del film-inchiesta è che il sistema elettorale abbia subito degli attacchi hacker dal suo interno, attacchi che avrebbero potuto cambiare completamente l'esito del voto. Ma il sorpasso non c'è stato. Anche se il ministro degli interni Pisanu andò a palazzo Grazioli a congratularsi con l'allora Presidente del Consiglio per la rielezione. Come se fosse sicuro che il ribaltamento sarebbe arrivato.
La settimana che seguì la risicata vittoria del Centrosinistra fu travagliata. Dati falsi sulle schede contestate alla Camera, 43.028, e al senato, 39.822, invece che poche centinaia, diedero adito alle proteste di Berlusconi che arrivò persino a sottoporre a Ciampi un decreto legge per sospendere il risultato delle elezioni. Il presidente della repubblica non firmò. “Anche se Berlusconi ha usato un software ma non le armi per tentare di rovesciare i risultati elettorali come si può chiamare questo se non golpe?” si chiede Diliberto nel film.
La cassazione che a 20 giorni dal voto avrebbe dovuto proclamare i dati ufficiali, non lo ha ancora fatto, dopo quasi un anno e mezzo. Ci sono incongruenze e diversi verbali mancanti, non esiste un risultato ufficiale: a tutti gli effetti quello di Prodi è ancora un governo provvisorio. E nessun riconteggio sarà fatto, non è previsto dalla Costituzione. Amato dopo alcuni mesi dichiarò che per le elezioni è meglio usare i vecchi metodi di voto e conteggio. Forse un'inchiesta interna è stata fatta, ma si è preferito tacere i risultati al pubblico.
Cremagnani si è detto deluso dal Centrosinistra che non è andato in fondo alla questione, anche se ha ricevuto la solidarietà di alcuni esponenti del parlamento e di moltissime persone comuni. Tant'è che il dvd sta andando benissimo, ha già venduto 70.000 copie.
“Le nostre indagini continuano”, ha detto il giornalista, “ci sono ancora lati oscuri da chiarire. Speriamo che questo non diventi l'ennesimo segreto italiano.

giovedì, settembre 06, 2007

Intervista a Tiziana Paci


Tiziana Paci è grafica, cantante, scenografa, insegnante, attrice, pittrice, ha scritto un libro stampato in 6 lingue e ha in progetto di scrivere un libro sull'Uomo. È regista e interprete principale del musical dedicato a Madre Teresa di Calcutta presentato in piazza del Popolo nel decimo anniversario della scomparsa.

Perché ha deciso di allestire “Madre Teresa”?
Io canto da trent'anni e da tanto cercavo un musical religioso incentrato su una figura femminile. Poi ho trovato “Madre Teresa” che Paulicelli ha progettato nel 2004. Per me porta un messaggio grande, e canto Dio recitando.

Lavora da molto con la compagnia Talita khum?
La compagnia si è costituita proprio per questo musical. I membri del cast sono di varia provenienza, alcuni di Candelara, altri di Pesaro, c'è chi è stato mio allievo all'Istituto d'arte. E poi c'è Mattia (Mattia Livi, n.d.r.) con cui faccio da tempo serate canore.

Rispetto al testo originale manca un personaggio piuttosto importante, il giornalista...
Ho cambiato molte cose del musical di Paulicelli. Ho tolto i dialoghi perché Madre Teresa parlasse in prima persona e ho aggiunto la proiezione di immagini che colpiscano il pubblico. Ci sono voluti quattro mesi di lavoro tra ricerche su libri e Internet e montaggio finale. Sono immagini molto commoventi studiate per adattarsi ai testi delle canzoni, col risultato che spesso la gente piange assistendo al concerto. All'inizio anch'io non riuscivo a trattenere le lacrime. Solo dopo una trentina di prove sono riuscita a contenere i miei sentimenti.

Molte associazioni e parrocchie negli ultimi tempi allestiscono musical. È solo un modo per attirare giovani o c'è anche dell'altro?
Il musical ha un forte potere di aggregazione, fa incontrare e avvicinare le persone, perché dove c'è musica si sta bene. La preparazione dello spettacolo ha creato intimità tra tutti, ormai siamo come una famiglia. Di per sé è già un messaggio positivo. Oltre a questo il musical di Madre Teresa contiene una testimonianza più alta di preghiera, amore e salvezza. È un messaggio che coinvolge anche chi è lontano dalla Chiesa, come uno dei ragazzi del nostro staff: mi ha confidato che da quando lavora a questo musical è più sereno.

Com'è arrivato “Madre Teresa” alla Festa dell'Unità?
Matteo Ricci ha sentito il nostro concerto l'anno scorso e gli è piaciuto. Mi ha pregato di replicarlo, e quando mi ha detto che ci voleva per la Festa del partito gli ho chiesto: sei sicuro? Non che temessi i pomodori marci [ride], anzi sono stata strafelice. E per l'occasione ho deciso di mettere su uno spettacolo migliore. Ai canti e alle proiezioni abbiamo aggiunto anche la scenografia, i costumi, i ballerini con le coreografie.

Durante la pausa si vendevano CD del vostro spettacolo, non del musical originale...
Abbiamo deciso di pagare i diritti e di ottenere una delibera. Anche se sarebbe stato più facile vendere i cd del musical di Paulicelli, ce l'avevano anche proposto, ma volevamo far ascoltare il “nostro” musical.

Qual è il legame tra Tiziani Paci e Madre Teresa di Calcutta?
Ho letto e leggo molti libri sui santi e sugli angeli. E quando dipingo sono angeli e santi i miei soggetti preferiti. Ho sempre cercato la verità e il mio cammino mi ha portato a una conversione. Non ho sentito una chiamata come quella di Teresa, ma ho comunque trovato delle risposte, in mezzo a tanti dubbi e tante difficoltà. Proprio come Teresa.

mercoledì, settembre 05, 2007

Più donne al governo: necessità per il paese


Le donne in Italia votano da 61 anni, ma nella sfera politica sono indietro rispetto alle colleghe d’Europa e non solo. L’Italia, infatti, è al 48esimo posto nel mondo per quanto riguarda il rilievo delle donne in politica. “Pensiamo solo che in senato ci sono 44 donne su 322 seggi, mentre alla camera le deputate sono 109 su 630” ha ricordato Vittoria Franco, senatrice DS, intervistata questa sera nella sala del consiglio comunale da Natalia Augias
Il Partito Democratico nasce da una rappresentanza paritaria, nell’assemblea costituente infatti saranno presenti in egual misura donne e uomini, prevede che le liste siano composte dal 50% di donne, che ci sia un’alternanza di genere nelle cariche e che anche le liste di circoscrizione debbano avere al 50% capolista donne, pena l’inammissibilità. “Ottenere il 50 e 50 è stato un miracolo” esclama la senatrice,“ nel Comitato dei 45 le donne sono solo 16 e alcuni avevano discusso accesamente la nostra proposta. Ma molti altri uomini ci hanno votato e abbiamo avuto il parere positivo di Prodi: così potremo preservare ciò che le donne hanno costruito in questi anni e scegliere più liberamente i nostri candidati, senza l’assillo di dover scegliere una donna solo in quanto tale”. Vittoria Franco con questa frase si riferisce alla candidatura della Bindi alla guida del Partito democratico, che ha incoraggiato, “anche se sostengo Veltroni e le sue idee”.
È un fatto che mette in crisi i dirigenti che fanno le liste, visto che il sistema politico italiano è a predominio maschile. Per le donne è difficile rompere questo sistema, “ma bisogna romperlo”. Tre sono i motivi di questo arretramento nel sistema politico in Italia: perché nella mentalità patriarcale la figura della donna è debole rispetto a quella maschile, perché il sistema politico, ma anche quello delle professioni, è chiuso e tende ad autoriprodursi e infine perché fare politica è un lavoro che richiede molto tempo e mal si combina con la cura familiare, interamente a carico delle donne. Ma con la parità di presenza dei generi al governo si entrerà in una fase nuova, cambieranno i rapporti di potere, i contenuti, le forme e i tempi dell’impegno politico, il cui ritmo è insostenibile per le donne che vogliano conciliarlo con la vita familiare. La senatrice propone dunque un riequilibrio dei ruoli, perché siano ribilanciati tra donne e uomini tempo del lavoro e tempo degli affetti. Necessario quindi per il paese è stabilire la giustizia di genere nel lavoro, considerato che ancora oggi le donne perdono il posto a causa della maternità (e al senato sarà discussa una legge contro le dimissioni in bianco) e a parità di incarico sono meno retribuite degli uomini. “Ma così l’Italia perde in ricchezza, dinamicità e modernità” esclama la Franco“le donne sono più brave a scuola, si diplomano con voti migliori e si laureano di più. Se però per le posizioni più alte continueremo a preferire gli uomini ci priveremo di saperi e impulsi nuovi”.
Altro nodo della discussione è il rapporto tra laicità e donne. Senz’altro ci saranno più diritti e spazi per le donne se il tasso di laicità sarà più largo, “o le donne ci rimetteranno”. Per la senatrice bisogna ribadire l’autonomia della politica rispetto alle gerarchie ecclesiastiche. “I legislatori cattolici rendono conto alla propria coscienza, ma devono considerare anche le conseguenza sui destinatari delle leggi, seguendo l’etica della responsabilità”. Bisogna seguire il merito delle questioni, non l’ideologia, come avvenne invece per l’approvazione della legge 40, blindata al senato dal Centrodestra impegnatosi con papa Wojtila per difendere la sacralità dell’embrione. È un fatto positivo che l’on. Castagnetti abbia ribadito a Ruini che la 194 non si tocca, “questa legge anche per i cattolici è un limite insuperabile”.
Dal pubblico arrivano gli ultimi commenti e domande. Una su tutte: davvero il nuovo partito sarà diretto da uomini e donne in egual misura? Per la senatrice è la risposta è sì, se si parte dalla radicata presenza femminile dei DS nel territorio. “Le donne dei DS esistono già come gruppo e faranno pressione, coinvolgeranno altre delle diverse anime del Partito Democratico perché nello statuto sia scritto a chiare lettere che siamo cofondatrici qualitativamente e quantitativamente”. Questa la prima, ma cruciale battaglia per le Democratiche.


Intervista a Vittoria Franco, Comitato nazionale per il Partito Democratico

Nel dibattito si è parlato di donne immigrate e diffusione della cultura della contraccezione. Quali sono le vie dell'integrazione?
Ci sono varie forme per raggiungere le donne immigrate. Molte lavorano presso le nostre famiglie ed è lì che dovranno giungere i messaggi sulla prevenzione. Bisogna pubblicizzare e distribuire la documentazione presso i consultori, magari attraverso radio con trasmissioni in più lingue. Dobbiamo conciliare immigrazione ed educazione alla salute.

L'esperienza delle donne DS può essere un fulcro attorno cui costruire le democratiche. Quale dialogo e quali valori in comune per le donne nel futuro PD?
Le donne del Partito Democratico stanno già lavorando insieme. Abbiamo formulato cinque punti programmatici che sottoporremo a Walter Veltroni il 13 settembre a Roma. Con lui discuteremo di valori e proposte che vengono da noi donne per noi donne del PD.

Questa è la festa dell'informazione e della comunicazione. Cosa pensa dell'immagine che i mass media danno della donna? Quali valori si trasmettono?
La televisione e la pubblicità ci rinviano un'immagine sbagliata e non corrispondente alla realtà del femminile. Il 12 settembre in Senato verrà votata una mozione su donne e media e nel dispositivo finale si prevedono delle campagne culturali per tutelare l'immagine della donna ed educare i più giovani. Bisogna creare una sensibilità all'interno di chi gestisce i mezzi di comunicazione, perchè abbiano chiari i limiti della rappresentazione delle donne, nel rispetto della nostra dignità e intelligenza.

In questa Festa dell'unità si è parlato di smuovere le coscienze delle donne di mafia affinché educhino i propri figli con nuovi valori. Le donne possono rompere le catene dell'arretratezza e della violenza?
Sì, il femminismo è stato un movimento che ha cambiato moltissimo la condizione delle donne e la mentalità delle persone. Tuttavia, sebbene l'educazione che le madri impartiscono ai figli possa molto, il problema della mafia va combattuto su più fronti e non tutte le cosiddette “agenzie educative” trasmettono una cultura di legalità. Deve esserci uno sforzo collettivo della scuola e delle istituzioni per arrivare a una svolta.


Intervista ad Alessia Morani, responsabile donne DS per la provincia di Pesaro

Qual è la situazione delle donne che lavorano nella provincia di Pesaro? C’è molta disparità di condizione con gli uomini?
La situazione è nella media italiana, meglio che al Sud, ma sempre molto sotto gli obiettivi di Lisbona (il Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 si è fissato l'obiettivo di raggiungere, entro il 2010, un tasso di occupazione del 60% per le donne, n.d.r.). Stiamo attuando dei provvedimenti a livello di formazione, perchè le donne siano più preparate a entrare nel mondo del lavoro. Un altro scandalo che si perpetua è la disparità di retribuzione tra uomini e donne, a parità di mansione un uomo ancora guadagna di più.

Quali ostacoli bisogna superare per coinvolgere e integrare le donne immigrate in questa provincia?
Le donne immigrate sono diverse tra loro. Principalmente possiamo dividerle in due categorie. Le donne che sono giunte dall'Africa, le prime che immigrarono a Pesaro, di tradizione anche araba e le donne dell'Europa dell'Est. Queste ultime sono arrivate più di recente e svolgono un lavoro fondamentale di accudimento degli anziani. Gli ostacoli per l'integrazione di donne europee sono perlopiù linguistici, mentre per le donne arabo-musulmane sono anche e soprattutto culturali e religiosi. L'adattamento è più difficile visto che hanno accanto uomini con visioni non così aperte e democratiche.

Donne DS e donne della Margherita a Pesaro: quale dialogo e quali valori in comune?
Nella nostra provincia e in generale, le donne della Margherita sono poche, ma è necessario coinvolgerle per costruire una rete delle democratiche. Attraverso un lavoro di relazione e sui contenuti si possono mettere insieme le diverse esperienze culturali. Si deve cercare una sintesi sui temi eticamente sensibili, anche se in partenza le posizioni sono alquanto differenti. Credo che sarà il senso di responsabilità di noi donne a farci arrivare a un compromesso.

La televisione comunica e trasmette i valori di riferimento. Purtroppo secondo il Financial Times le donne rappresentate dai media italiani sono seminude e ammiccanti, solo oggetti...
L'immagine delle donne in televisione è basata solo su bellezza e sessualità, uniche qualità per raggiungere il successo e la fama. Questo non corrisponde alla realtà delle donne che si realizzano nella professione, che sono madri e mogli. Purtroppo attorno a quest'idea distorta della donna c'è un corollario di messaggi sbagliati che vengono recepiti dalle giovanissime. E allora se è necessario essere belle e snelle per avere successo molte non si accettano e cadono nei sempre più frequenti disturbi alimentari. È una cultura da combattere con gli strumenti dell'educazione. Deve passare il messaggio che la bellezza è effimera, l'intelligenza invece si può e si deve coltivare: dura molto più a lungo.



martedì, settembre 04, 2007

Satanarchibugiardoinfernalcolico Grog di Magog


Sarebbe esattamente ciò di cui avrei bisogno, ad ogni modo:

stasera , nonostante ormai il sole esca vittorioso allo scoperto, l'evento jazzistico è stato spostato dal Cortile delle Grazie all'interno della Casa Museo, alla chiesa barocca di san Filippo (vedi immagini)...are you in?


Riporto, dal comunicato stampa delle serate:


"Il 4 settembre avrà luogo la seconda serata all’interno della Casa Museo che vedrà l’esibizione di un trombettista di grande eccellenza: Fabrizio Bosso. Diplomatosi a soli 15 anni al Conservatorio G. Verdi di Torino, intraprende, con immediato successo, la carriera di trombettista, abbracciando le più diverse sonorità e cimentandosi nei sound più diversi; vanta, oggi, collaborazioni con i più noti jazzisti della scena italiana e big della musica leggera. Affiancato dal Dino Gnassi Quartet, band dalle calde sonorità Soul e R&B e con alle spalle una decennale esperienza on stage, si preannuncia essere una delle performance più attese dell’edizione 2007."

lunedì, settembre 03, 2007

Intervista a Gianni Minoli


Per fare la televisione ci vuole la patente?
Sì, ci vuole una grande responsabilità sociale. Non permetteremmo mai che in sala operatoria un paziente si trovasse sotto i ferri di un laureato in Scienze Politiche, così non possiamo lasciare senza controllo un mezzo che educa la popolazione, soprattutto i giovani. La tv è una bomba sociale innescata a effetto ritardato, se non si vigila rischiamo di allevare scimmie ingovernabili come diceva il giornalista Dan Rater.

Carlo Rognoni (membro Cda Rai, n.d.r.) e altri propongono di tirare fuori dal cassetto vecchie idee di successo come Il musichiere, Campanile sera...
Sì, tiriamo fuori dagli archivi Rai le idee migliori e rinnoviamole, c'è un patrimonio immenso da valorizzare. Cui spesso si sono ispirate le società di produzione di format esterne...

Il ministro Gentiloni ha plaudito l'acquisizione di Endemol da parte di Mediaset come segno di diversificazione. Un'operazione di pluralismo, dunque?
Pluralismo?! Non è pluralismo, c'è stata una concentrazione di potere enorme. Mediaset col 75% di Endemol di fatto può condizionare il palinsesto Rai che per il 40% dipende da format esterni. Si può parlare di privatizzazione di fatto della Rai senza opa, senza vendita di azioni, senza rapporti col mercato, da parte del suo competitor principale, per non dire unico. Dove sta il pluralismo?

La cultura nel palinsesto può andare solo alle 8 del mattino o alle 2 di notte?
La cultura si applica a tutti i generi televisivi, nell'intrattenimento, nello spettacolo, nel varietà, nello sport. Sono d'accordo con chi dice che la cultura è una questione di stile, di intelligenza, di pienezza di idee delle trasmissioni. La televisione ha un immenso potere pervasivo e dunque delle grandissime responsabilità sui contenuti. La tecnologia ha moltiplicato le piattaforme, ora sono circa 30, su cui è possibile fruire di questi contenuti. Ma i contenuti non sono andati di pari passo e si sono appiattiti e volgarizzati. È necessario che tutte le aziende che fanno televisione tengano conto dell'impatto culturale e etico di ciò che trasmettono, perché la televisione comunica e trasmette il sistema dei valori di riferimento.

Intervista a Marco Bassetti


Ha detto che i pubblicitari cercano di convincerci con messaggi subliminali...
Non è esatto. Non dico che la pubblicità sia subliminale. Credo che i messaggi che riescono a trasmetterci dei valori di consumo e di stile, che riescono a convincerci, si propongano in modo subliminale, sottile, non diretto.

Per fare la televisione ci vuole la patente?
Ci vuole una grande responsabilità, ma soprattutto una grande professionalità di chi fa la televisione. La responsabilità poi sta a monte di chi dà la concessione e le licenze. Non dovrebbero esserci ambiguità tra televisione di servizio pubblico e televisione commerciale, e non si può limitare la libertà di quest'ultima in nome di un'etica della televisione. Se ci sono delle regole nel mercato sono il primo a rispettarle, ma una tv che vuol portare un'etica e una pedagogia un po' mi spaventa. Eppoi: chi dovrebbe stabilire se sono abbastanza “etico” per fare tv?

La cultura in televisione non dev'essere per forza teatro, cinema, poesia. Non basterebbe più rispetto, educazione, buon gusto?
La cultura può stare in televisione, soprattutto è affare del servizio pubblico. Il rischio è che quando si parla di cultura, etica e pedagogia si intenda dare un giudizio morale sulle trasmissioni. Ma cosa è giusto e cosa è sbagliato non sta a noi deciderlo. Il telespettatore può fare le sue scelte e non bisogna limitare le alternative in nome della morale.

È partito nel 1986 con La Italiana Produzioni Audiovisive, l'azienda fondata con sua moglie, e ora è a capo di Endemol International, leader mondiale del format...
Mi sento un esponente del made in Italy. Il nostro è uno dei paesi più creativi, che esporta le idee e i talenti più innovativi nel mondo. Per farlo e continuare a esportare questa ricchezza ci vogliono anche regole più flessibili e un mercato più favorevole, che possa farci asprimere in pieno le nostre potenzialità.

domenica, settembre 02, 2007

Il servizio pubblico ci piace? Intervista a Giovanna Milella

Proprio oggi a Loreto il papa incontra i giovani, so che come giornalista ha già seguito eventi simili...
Sì, ero presente a Bologna nel 1997 al grande concerto con Bob Dylan, Adriano Celentano, Lucio Dalla e tanti altri, che papa Wojtila aveva voluto per i giovani. Ho seguito anche una diretta da Tor Vergata nel 2000 al Giubileo. Questi incontri voluti dal papa, come l'Agorà dei giovani a Loreto di oggi, sono importanti. Bisogna emulare l'esempio di chi ha voluto incontrare i giovani, e non si è trattato solo di offrire feste e concerti, ma di ascoltarli e promuoverli. Come donna, giornalista e madre non posso che appoggiare chi cerca di andare incontro e dar voce ai giovani.

Come può il servizio pubblico incontrare i giovani?
Bisogna sfruttare tutte le piattaforme. In particolare attrezzarsi e usare Internet ancora di più. È necessario imparare tutti questi nuovi linguaggi, come quello della musica. Ma bisogna avere in mente anche altri bisogni dei giovani, più concreti, come la ricerca del lavoro e le prospettive in termini di famiglia e casa...

Cosa pensa di come certe trasmissioni televisive parlino ai giovani? Mi riferisco in particolare a una trasmissione pomeridiana su Raidue in onda dalle 14.00 alle 16.00 che il sabato ha uno spazio dedicato agli adolescenti [L'Italia sul due, n.d.r.]...
Stop. No comment. Preferisco non parlare di trasmissioni che non conduco io. Davvero l'unica cosa che le posso dire è no comment. [Durante la serata, però, porterà ad esempio di cattivo servizio pubblico proprio la suddetta trasmissione, citandola indirettamente, n.d.r.]

Allora parliamo delle sue trasmissioni. Ci può raccontare l'esperienza di “Chi l'ha visto”?
È stata un'esperienza forte. Mi a fatto scoprire come il disagio e la solitudine attraversino tutte le classi sociali senza distinzioni. Mi sono appassionata moltissimo a questo lavoro e certi casi mi hanno coinvolto profondamente. Questo tipo di giornalismo di servizio pubblico richiede a chi lo pratica un impegno e una sensibilità particolari, un'attenzione alle persone.

Certi giornalisti sembrano però mettere in mostra un caso umano dopo l'altro con molto distacco...
Il giornalista deve sapere essere insieme professionale e umano. Ovvero svolgere un servizio pubblico, ma stare con il pubblico. Per quanto mi riguarda, quando certe storie coinvolgono e commuovono è difficile dire: grazie e avanti un altro.

Il quarto potere in Italia


Nessuna alba per il sistema dell'informazione dopo la vittoria del Centrosinistra di un anno e mezzo fa, ma una notte fonda che non è ancora finita. I giornali e i telegiornali sono ancora drammaticamente indecenti come nell'era berlusconiana. Si creano casi in cui si sentono sempre le stesse persone e i tg hanno la claustrofobica abitudine di elencare l'opinione di tutti i politici una dopo l'altra. Dove sono i giornalisti competenti che prendono posizione? Nessuno smentisce, né disputa le dichiarazioni presentando l'opportuna documentazione, dunque nessuno spiega la realtà delle cose. A Porta a Porta così come a Ballarò. Questa la denuncia di Furio Colombo che apre la conversazione sull'informazione in Italia di ieri sera al Palazzo Mazzolari Mosca. Il giornalista senatore si è trovato assieme a Carlo Rognoni, senatore DS membro del Consiglio d'amministrazione Rai a rispondere alle domande della giornalista de “L'Unità” Natalia Lombardo sull'autonomia dei giornalisti e le riforme nel cantiere del governo.
Se tangentopoli poteva essere un'occasione per la categoria dei giornalisti di svincolarsi dai vasi di ferro degli industriali e dei politici, la discesa in campo dell'editore Berlusconi ha bloccato il processo di autonomia e ha costretto la categoria a scegliere: o con lui o contro di lui. Per Rognoni la Riforma Gentiloni e la Riforma della Rai, possono essere una svolta. La politica può dare le linee guida, ma non deve amministrare, perché un passo indietro dei partiti nella gestione del'informazione porterà i giornalisti a essere realmente un quarto potere a salvaguardia della democrazia. E Colombo rileva che nonostante sia sempre più difficile per i giornalisti raccontare le guerre nel mondo, i giornali occidentali sono molto più liberi di quelli italiani. Su tutti l'esempio del New York Times che non lesina nessuna domanda scomoda al presidente Bush e smentisce le affermazioni di maggior benessere delle classi medio-basse con numeri e dati che dicono tuttaltro. In dieci anni negli USA le persone senza assistenza medica sono aumentate del 50% (da 36 milioni a e l'unico mezzo pubblico per spostarsi è l'aereo perché non ci sono più ferrovie.” Dove le tasse sono sempre meno i servizi non ci sono più: anche un banchiere come Felix Rohatyn lo ha denunciato. Da noi invece Montezemolo parla di emergenza tasse”. Rognoni concorda e dice che la vera emergenza è quella culturale. Secondo l'Ocse la maggioranza degli italiani è a rischio analfabetismo. E i nostri giornali non ne parlano. Né parlano della crisi delle istituzioni nazionali portata dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, dei nuovi rapporti di potere nel mondo, della Russia liberticida e del costo umano che comporta lo sviluppo della Cina. Mentre il giornalismo dovrebbe saperci raccontare il momento che stiamo vivendo, perché il vero servizio pubblico è il tentativo di spiegare la realtà.
Per Colombo il problema di questo governo è che ha buone intenzioni, ma non parla, sussurra, mentre i cittadini hanno bisogno di comprendere e dialogare per essere coinvolti nella vita politica. E a questo punto il senatore s'infervora e non ha timore di alzare la voce e il tiro: “Bisogna parlare con chiarezza e smetterla di dire facciamo un passo indietro e abbassiamo i toni, o che sarebbe meglio fare le cose insieme. Io, però, con Calderoli e Gentilini, un prosindaco molto più illegale dei lavavetri, non ho niente da spartire”. Non bisogna aver paura di dire cose troppo di sinistra e iniziare a denunciare gli insulti quotidiani alla Montalcini e a Scalfaro, e a ribattere “tutte le calunnie che ci propina il Centro destra”.
La manoferma contro i lavavetri serve davvero a combattere l'illegalità? “I mafiosi non hanno cominciato lavando i vetri”, ma la mafia vera è quella che ha lanciato sei minacce di morte al presidente della Calabria Loiero, indicandogli il giorno del suo assassinio . Di sinistra ce n'è una sola: quella che difende il lavoro, i diritti, il rispetto delle persone e che si prodiga perché nessuno sia lasciato senza tutele e dignità. Infine l'appello: “Parlate, fatevi sentire, i cittadini hanno bisogno di sentire chiara, limpida e forte la voce de governo per essere messi in condizione di partecipare”.


Intervista a Carlo Rognoni
senatore DS membro del Cda Rai

Quanto tempo ci vorrà prima che il cambiamento di governo si rifletta sull'operato della Rai?
Per vedere gli effetti di un cambiamento di gestione di solito ci vuole almeno una stagione televisiva, visto che in estate il palinsesto dell'anno a venire è già stato deciso.
Il prossimo 11 settembre il Consiglio d'amministrazione si riunirà e si cercherà di sbloccare la paradossale situazione per cui, nonostante il Centrosinistra sia al governo e il Tesoro possa nominare direttamente un consigliere, la maggioranza sia ancora di Centrodestra. 5 consiglieri della Casa delle libertà, contro 4 dell'Unione. La verità è che bisogna coinvolgere destra e sinistra per promuovere l'autonomia della Rai dalla politica, e dare spazio alla professionalità per ricostruire la credibilità dell'azienda. La televisione è un medium stanco che vive di rendita, ma avrebbe bisogno di autori e idee competitive, che tengano conto delle sfide tecnologiche. Ad esempio abbiamo affidato a Carlo Freccero la direzione di RaiSat, perché attraverso i canali digitali si possa rinnovare l'offerta che la televisione generalista non riesce a garantire.

Ma il satellite non rischia di diventare un alibi per la sconcertante mancanza di offerta culturale e di qualità della tv generalista?
In effetti la cultura non ha lo spazio che si meriterebbe sulla Rai, e abbiamo già deciso alcuni cambiamenti di palinsesto significativi. Ad esempio la trasmissione sul teatro “Palcoscenico” di Giovanna Milella è stata spostata dalle 2.00 in seconda serata. In generale, però, ritengo che la Rai dovrebbe essere più coraggiosa e proporre sempre in prima serata su almeno una delle tre reti un'alternativa culturale, a dispetto di ascolti bassi. La musica e il teatro devono tornare sulle nostre reti con formule nuove, soluzioni di autori creativi che rendano certi temi meno “noiosi”.

Proprio di crisi degli autori si parla in questi giorni. Acquistando i format di Endemol e Magnolia non si rischia di perdere originalità, identità e indipendenza?
È vero che si usano parecchie collaborazioni esterne, ma ci sono dati che provano la nostra autonomia. Di certo bisogna rimettere in moto la produzione interna, ma la Rai, come ogni azienda moderna, non pensa di produrre tutto quello che le serve e cerca delle collaborazioni. Anch'io sono preoccupato che si deleghi troppo all'esterno, considerato che abbiamo nei nostri archivi una ricchezza di programmi immensa. Formule riuscite come quella del “Musichiere” o di “Campanile sera” si possono ammodernare e riproporre. Tant'è che molti format “innovativi” non sono altro che copie delle trasmissioni del passato.

sabato, settembre 01, 2007

Il servizio pubblico che piace


Interno giorno, Vaticano. Paolo VI decide di mostrare alle telecamere alcune stanze. La rete Uno si organizza con mezzi potenti, col fior fiore di tecnici, cameramen, elettricisti. Il papa si avvicina a un cameraman intento a sistemare la telecamera, si fa illustrare il funzionamento della macchina e fa domande sulle luci, sulle riprese...e poi gli chiede: “Ma io, cosa devo fare?” e il cameraman: “Santità, si mettà lì e faccia finta di pregare”. Se anche Dio in terra deve far finta di essere Dio, capiamo quali potenzialità ha la tv. Con questo e altri aneddoti Michele Mirabella ha spiegato ieri sera presso il cortile del Palazzo Mazzolari Mosca la capacità insieme entusiamante e devastante della televisione di farci assomigliare a qualcosa che contiene. Con il pericolo che gli stilemi e gli pseudovalori della tv diventino stili di vita e valori all'insegna del fatuo per gli spettatori , traducendosi in comportamenti elettorali della stessa specie. Il popolare giornalista conduttore, Giovanna Milella, vicedirettrice di Raidue e Roberto Cuillo, direttore del dipartimento informazione DS, hanno discusso ieri sul tema Il servizio pubblico che ci piace”. L'evento ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e la platea vivace ha riso, applaudito e ascoltato con attenzione il dibattito.
Si parla di come si è abbassata negli ultimi dieci, ventanni la qualità della televisione. Per la Milella questo è coinciso con il cambio di alcuni direttori Rai competenti e capaci di ascoltare la società, come Tantillo e Guglielmi, e sono state messe persone che non hanno questa sensibilità che a loro volta hanno scelto autori di basso profilo. “Si vedano i talkshow del pomeriggio, dove si concentra il nulla. Mi faccio il lifting o no? Lo tradisco o no?” e non si dà spazio a dibattiti approfonditi interessanti anche per i giovani, con temi come le lauree brevi, gli stage, i contratti di formazione”. Mirabella ricorda che “tutti dicono peste corna della tv, ma poi sono in milioni che la scelgono”. Un po' come la DC, tutti si lamentavano ma nel segreto dell'urna la votavano. La televisione è un fatto culturale gigantesco, antropologico, non solo una trovata. Gli intellettuali all'epoca della sua nascita non lo capirono e criticarono gli sceneggiati di Borghi e Maiano, o i mezzibusti, “ma quei mezzibusti lo sapevano l'italiano. Prima li troncarono ed ora li rimpiangono”.
In questo processo di degrado c'entra il cambiamento di assetto della tv negli anni '80 e la concorrenza sleale che la tv commerciale, fomentata dalla pubblicità, ha fatto al servizio pubblico. E la Rai come azienda ha dovuto confrontarsi sul mercato, appiettendo la prorpia offerta.
La cultura, come il programma Palcoscenico della Milella, è relegata alle 2.00 di notte. C'è, soprattutto sul satellite, ma l'offerta dovrebbe ampliarsi alle reti generaliste. Per la vicedirettrice di Raidue “cultura è soprattutto questione di stile, buon gusto, finezza che dovrebbe conraddistinguere tutti gli spettacoli. Se il pubblico è scontento dovrebbe farsi sentire come chi ha protestato contro Corona a Venosa di Potenza, non mugugnare o stare in silenzio. Bisogna reintrodurre l'indice di gradimento”.
E alla fine il gioco della torre: cosa tenere e cosa buttare della tv. Giovanna Milella butta “La vita in diretta”, l'antesignana di tante trasmissioni pomeridiane, “in cui non si distingue un'etica. Mentre bisogna sempre usare un certo tono”. Michele Mirabella getta i programmi della De Filippi, “anzi per contrappasso glieli faccio condurre ventiquattr'ore su ventiquattro”. Entrambi concordano sull'importanza delle trasmissioni in diretta, che restituiscono la tv alla sua missione di finestra sulla realtà per raccontare l'Italia e l'attualità. E la Milella lancia una proposta sulla scia degli omicidi di mafia in Germania: organizzare una manifestazione perchè le donne della mafia facciano cessare questa cultura di morte. “La tv in questi cinquant'anni è sempre servita a unire gli italiani attorno alle questioni che interessano tutti. Questa la sua grande forza costruttiva”.

mercoledì, agosto 29, 2007

Giovani vuoti di Storia

A chi serve la Storia? Questa la domanda che apre il libro “Vuoti di memoria”, presentato questa sera alle 18.00 presso il Cortile del Palazzo Mazzolari Mosca dall’autore, Stefano Pivato e dal direttore della Biblioteca-Archivio “V. Bobbato”, Andrea Bianchini. L’incontro è il primo di un ciclo di dibattiti organizzati presso la Festa dell’Unità dal Centro studi “Marcello Stefanini” che promuove la cultura e offre formazione di Storia contemporanea ai giovani. Ma che la Storia serve ai giovani non è la risposta giusta, o perlomeno non per quelli di oggi. “Quella degli anni ’80” rileva Pivato, “è la prima generazione scolarizzata che non si è nutrita di Storia in questo secolo, è orfana della Storia. Per i giovani fascisti, per la generazione del dopoguerra, quella del ‘68 e del movimento operaio, invece, la Storia era fondante e centrale”. Se può consolarci, non è solo un fenomeno italiano, tutto i giovani occidentali sono affetti dal “presentismo” e da lacune nella preparazione storica.

In Italia bisogna rilevare la distanza tra i giovani e chi insegna la Storia. Mentre gli studenti “sono immersi in paesaggi visivi e sonori”, gli storici sono troppo accademici, scrivono poco chiaramente e non considerano i linguaggi del cinema e della musica. La distanza è troppa, anche quella d’età, visto che la gerontocrazia nelle università rallenta il rinnovamento della classe dei docenti. E se a questo aggiungiamo che le lauree triennali hanno reso superflui manuali e biblioteche – negli ultimi 4 anni i lettori delle biblioteche sono passati da 2 a 1,5 milioni – a vantaggio del download facile, si può parlare a ragione di disastro.

Bianchini fa notare che sempre più ragazzi si rivolgono al Centro Stefanini perché più consapevoli delle loro lacune. “Spesso, però” ribatte Pivato “si cerca di colmare i vuoti di Storia con un eccesso di memoria, che incuriosisce ed emoziona, ma la Storia è molto di più.

Sotto accusa è anche il mondo dell’informazione e della comunicazione. La tv racconta la Storia con le opinioni e le battute fulminee dei politici, snobbando gli storici e i loro lunghi e approfonditi ragionamenti, del tutto inadatti ai tempi televisivi . E la politica è molto interessata alla Storia: per poter attingere a un passato di nette contrapposizioni – fascisti contro comunisti, Peppone contro Don Camillo –, per inasprire le polemiche, per rifarsi una verginità e proclamarsi eredi di politici di prestigio.

I venditori di fumo proliferano.“Anche certi giornalisti, e come storico devo fare i nomi, Vespa e Pansa, fanno la loro parte, improvvisandosi storici e revisionisti defeliciani, senza possedere le armi critiche e la competenza di un Renzo De Felice”.

Vuoti di memoria” è secondo il suo autore “un libro di indignazione morale, fazioso, di parte”, ma non ha già emesso la sentenza. Pivato, infatti, prima di salutare il pubblico, confessa: “Non so se sia giusto che la Storia torni ad essere l’unica fonte di formazione del cittadino, ma se fosse possibile ragionare più serenamente sulla Storia sarebbe meglio”.


martedì, agosto 28, 2007

Damiano U Maroni

Sia per la sinistra che per la destra è importante misurarsi con i problemi concreti, come le pensioni, la giustizia, la sicurezza e mantenere l’unità nelle coalizioni, superando l’egoismo di partito”

Con queste parole di Cesare Damiano si appena concluso in Piazza del Popolo il dibattito che dalle 18.15 alle 20.00 ha visto protagonisti il ministro del lavoro e il suo predecessore, il leghista Roberto Maroni, coordinati da Carmine Fotia. Il confronto è stato aperto dal ricordo del sindacalista Bruno Trentin (di cui si sono celebrate ieri le esequie), preso ad esempio per il grande senso di responsabilità verso il paese, che l’ha portato a compiere scelte impopolari, ma lungimiranti. Se Maroni dice che bisogna trarre insegnamento da persone così coraggiose, Damiano ha un ricordo più personale del sindacalista della CGIL e di quei dirigenti sindacali quasi sconosciuti, come Bruno Fernex, che hanno imboccato la via della concertazione piuttosto che la lotta ad oltranza.

Dopo la condanna da parte di Damiano di chi come Caruso innalza il livello dello scontro, negando il rispetto e l’esempio che dovrebbero venire dai gradi più alti dello Stato, si passa ai temi più caldi. Se Maroni accusa il centrosinistra di aver proposto già nel programma dell’Unione l’innalzamento delle aliquote di Bot e CCT dal 12 al 20%, con la conseguenza di penalizzare i pensionati che lì hanno investito i risparmi di una vita, Damiano risponde auspicando “gradualità e buon senso. Si deve pensare a una tassazione differenziale tra grandi e piccole rendite”. Sempre sulle tasse ironizza sulle iniziative di Bossi: “lo sciopero fiscale lo fa già chi le tasse non le paga”. E in materia di evasione fiscale e uscita dal lavoro nero il ministro enumera la serie di risultati positivi degli ultimi mesi, a seguito del decreto legislativo e del pacchetto sicurezza da lui promosso. Sono state sospese 1760 aziende e 143.000 lavoratori dal nero sono passati alla legalità, raccogliendo 56 milioni di contributi.

Anche se l’ex ministro polemizza circa alcune misure del governo, su tutte l’orwelliano famigliometro di Visco, non si chiude a eventuali contrattazioni sui temi concreti della politica: “Siamo pronti al confronto su qualsiasi proposta di buon senso, non ci trincereremo su posizioni ideologiche, la Lega ha un atteggiamento pragmatico, senza doppi fini rispetto a quello di votare una legge giusta”. Su questo punto emergono le differenze tra i politici Marone e Damiano, per il ministro diessino. “Non abbiamo sconvolto la legge Biagi, la stiamo ampliando e completando. Possiamo convergere su punti concreti, e chiamare esperti sulle questioni sia di centrodestra che di centrosinistra. Ma la visione della politica che abbiamo è diversa e non ce lo dimentichiamo.

Ulteriori polemiche sul protocollo d’intesa sullo stato sociale firmato a luglio con Cgil, Cisl, Uil, Ugil e Confindustria, il migliore da 25 anni a questa parte, secondo il ministro. Ma la querelle è tutta interna. Damiano tuona contro la manifestazione organizzata per il 30 ottobre dalla sinistra radicale e si augura che nessun ministro partecipi, “ sarebbe insensato che il governo protesti contro se stesso”. Sulle questioni importanti alle camere serve una maggioranza autosufficiente perchè “se la corda si spezza e cade Prodi, dopo di lui non seguirà un governo di centrosinistra”.

Carmine Fotia conclude il dibattito ponendo l’attenzione sulla campagna lanciata di Articolo 21 contro le morti bianche e contro il cattivo servizio reso a questo tema dall’informazione, soprattutto dalla televisione, che dedica fin troppo tempo a omicidi e paparazzi. Maroni e Damiano nel fare appello all’etica della responsabilità dei giornalisti. Il ministro ricorda che le leggi per prevenire le morti bianche ci sono, la difficoltà sta nell’applicazione: i funzionari sono seimila a fronte di quattro milioni di imprese. L’unica via è quella dell’educazione.

lunedì, agosto 27, 2007

Il nuovo cantiere della gru

È sensato suonare il piffero per la rivoluzione? Secondo i membri de “La Gru”, rivista di studi culturali on line, la risposta è sì, bisogna farlo oggi più che mai in questo tempo di interruzione della cultura. Ieri sera tre dei redattori, Gianluca Pulsoni, Stefano Sanchini e Davide Nota hanno presentato il nuovo sito di quella “rivista di poesia e realtà” che ora ha in mente “progetti per un foglio mondo”. Nel biennio 2005-2006 sono usciti quattro numeri cartacei e un'antologia on line, mentre ora si sceglie una forma che privilegia l'ipertesto, dunque la continuità e l'apertura nella rete, e si propone un discorso che dal rapporto tra arte e realtà, comunicazione e poesia si allarghi a un discorso più globale.

Ed è questa la “nuova militanza” che si auspicano i poeti della Gru. Studiare e capire attraverso gli occhi della poesia il mondo che li circonda, ricercare in modo non dogmatico la verità, ritrovare il senso vero della politica. E fra i maestri d'impegno ci sono Pasolini e Vittorini, che dovrebbero far parte del bagaglio culturale di tutti, ma che un certo clima culturale e politico ha negato, legittimando solo quelle “neo-lingue lisce, superficiali, malleabili, pronte all'uso e al consumo della comunicazione” o l'innocua poesia intimista

La lettura di stralci dal Politecnico e dagli scrittori della Gru, è stata intervallata dalle poesie di Stefano Sanchini e Davide Nota. Sanchini ha letto “Via del Carnocchio”,“Praga”, “Emigrazione”, “L'uomo” e “Francoforte”, versi inediti o tratti da “Interrail” (Fara editore, 2007), mentre Nota ha presentato “L'estasi”, “La condanna”, “Lo specchio” da “Il Non Potere” (Zona, 2007).

A sorpresa è intervenuto il poeta Gianni D'Elia, colui che ha fatto conoscere fra di loro i membri della Gru, gli ascolani e i pesaresi, e che sostiene fin dall'inizio questa “scuoletta marchigiana”, erede degli eretici Leopardi, Volponi e Scattaglini. Si è appellato ai DS per trovare fondi e riprendere la pubblicazione cartacea de “La Gru”, ma anche ai dirigenti scolastici. È importantissimo infatti che i poeti entrino nei licei con laboratori e altre iniziative per aiutare i giovani a leggere e capire meglio. E l'ultima battuta è rivolta a questi ragazzi “grandi”: “Vi benedico”.


Intervista a Davide Nota

Davide potresti parlarci delle poesie che hai pubblicato?
Nel marzo del 2005 è uscito il mio primo libro, “Battesimo” e proprio di questo si tratta, di un inizio, di un esordio, che precede di poco la fondazione de “La Gru”. Infatti il primo numero della rivista è uscito nel maggio dello stesso anno, nel trentennale della morte di Pasolini. Poi ci sono stati problemi di fondi e abbiamo potuto pubblicare solo su web...

E oltre a lagru.org collabori con altri siti o riviste, o hai un mestiere oltre quello del poeta?
Ho collaborato con il blog collettivo lapoesiaelospirito.wordpress.com e ho scritto per dissidenze.com. Molti dei collaboratori de La Gru hanno ulteriori interessi, ad esempio Pulsoni scrive per “Carte di Cinema”, Riccardo Fabiani è un giornalista. Personalmente mi dedico alla poesia e allo studio, in questo momento sto preparando la mia tesi sulla poesia italiana dell'ultimo decennio, 1996-2006.

Non abbiamo ancora parlato del secondo libro che hai pubblicato, “Non potere”...
Sì, l'ho pubblicato proprio quest'anno. Si tratta di un romanzo poetico, parla di un ragazzo di provincia superficiale, che si droga, insegue valori effimeri e falsi, per niente interessato alla poesia. È tanto diverso da me, ma un po' mi assomiglia. Il mio romanzo è polifonico sia perchè dà voce agli altri, sia perchè dà voce alle contraddizioni che sono dentro al singolo.


Intervista a Gianluca Pulsoni

Prima mi accennavi che nel gruppo de “La Gru” i collaboratori hanno diversi talenti, ma tutti hanno la stessa potenzialità della poesia.
È così. Nel secondo numero della rivista abbiamo dibattuto su cosa sia la poesia. E questo gruppo fatto di individui diversi che discutono ma si rispettano, ha portato avanti uno studio curioso e vizioso, guardando la realtà da un punto di vista creativo e rigoroso. Tutti avendo in mente che la poesia non è nulla fuori dall'uomo, che teoria e prassi non sono separate e che soprattutto poesia è poiesis, azione. In questo senso siamo tutti poeti in potenza. E vorrei sottolineare che tutti i collaboratori de “La Gru” sono di valore persone che hanno stile e un'eleganza nel cuore.

Quando è nato il tuo interesse per “vecchie” riviste come “il Politecnico”, “Officina”, “Lengua”?
Al liceo avevo iniziato a scrivere nel 2001 per “La Biblioteca di Babele” e da lì è partito un giro di incontri, a volte casuale e fortuito, che mi ha portato a conoscere persone come Marco Dotti e Domenico Brancale. Per me sono come dei fratelli maggiori che mi hanno aperto un mondo di incontri e letture, e che mi hanno stimolato a ricercare, leggere, informarmi. Ho capito che devo imparare ad imparare.


domenica, agosto 26, 2007

Paola vs Paola

“Sono d'accordo con Paola” è una frase che è stata pronunciata più volte ieri sera nel Cortile di Palazzo Mazzolari Mosca. E anche quando è evidente che i principi e i valori divergono, tra Paola Binetti, senatrice della Marcherita, e Paola Concia, Portavoce nazionale Gayleft dei DS, il desiderio di incontrarsi è più forte. Il tema della serata “Per il Partito Democratico: etica e politica” si è sviluppato attorno alle domande della giornalista Giulia Fossà, che ha cercato di condurre le riflessioni su questo argomento tanto delicato quanto centrale in vista della costituzione del PD.

Per quasi due ore il dibattito è ruotato attorno a tre domande: cosa avvicina e allontana l'etica di laici e cattolici, quanto è possibile negoziare i valori, quali sono le peculiarità delle coppie di fatto.

E a quanto pare, per entrambe le onorevoli etica e politica non sono due livelli separati.

Inizia la Binetti dicendo che l'etica è una qualità della politica. Non c'è differenza tra laici e cattolici su questo: per ognuno l'etica è domandarsi concretamente cosa è bene fare e cosa no. Il vero problema nasce su ciò che è bene. Per la senatrice cattolica il bene ha un fondamento oggettivo da cui discendono alcuni valori non negoziabili, come la vita, la famiglia, la verità. Mentre Paola Concia ribatte che "tutti i valori si possono negoziare, e che la mediazione non è una rinuncia ai propri valori, anzi è essa stessa un valore. Ogni giorno nel lavoro, nella politica, in famiglia ridefiniamo cosa è bene e cosa è male. In particolare i progressi della scienza sono terreni nuovi su cui legiferare, ricordando che non c'è niente di stabilito, ma che cattolici e non devono costruire risposte nuove che oggi non abbiamo. E se non le abbiamo è perchè non ci siamo mai seduti a un tavolo mettendo da parte le ideologie, cercando di capire le ragioni dell'uno e dell'altro". E a questo punto la Concia alza un po' la voce e fa i nomi: a Pollastrini,Turco e Fassino lo aveva già fatto presente nella scorsa legislatura. Il risultato è che su un tema delicato come quello delle coppie di fatto il discorso si è arenato.

La posizione della Binetti sul tema è chiara: il legame affettivo che si crea tra due persone dello stesso sesso può essere anche più forte di quello tra marito e moglie, ma la famiglia è quel nucleo formato dall'unione di uomo e donna, dai figli, e che si tramanda di generazione in generazione. Opposte le posizioni della Concia che come omosessuale vive e vede intorno a sé un grande desiderio di famiglia: “Queste unioni sono una realtà e sebbene finora la Chiesa sia stata ferma nella difesa della famiglia tradizionale, non è detto che col tempo non cambi posizione così come ha fatto negli ultimi decenni nei confronti delle donne".

Quello che stupisce in un dibattito tra donne con posizioni così diverse è senz'altro la serenità della conversazione. Nessuna si aspetta che il Partito Democratico sia la panacea di tutti i mali, ma può essere l'occasione storica di costruire un terreno comune nuovo se, suggerisce la Concia, “si parte dal rispetto delle differenze e dalla libertà d'espressione delle diversità”, e, aggiunge la Binetti “se tutti potranno parlare senza tabù”.


Osservatorio Nazionale sull'informazione antimafia

Questa sera alle ore 18.00 presso il Cortile del Palazzo Mazzolari Mosca si terrà un incontro dell'Osservatorio Nazionale sull'informazione antimafia dal tema “I nuovi linguaggi delle mafie e la risposta dell'informazione politica”.

Il dibattito cercherà di portare all'attenzione di tutti il crescente interesse delle mafie nel controllo dei mezzi di comunicazione e informazione. Infatti, come nel '78 le trasmissioni di Peppino Impastato infastidivano Cosa Nostra, che “cresce nel silenzio e nuore nel rumore”, così negli ultimi mesi i clan hanno cercato di intimidire e infiltrarsi nel mondo delle radio locali per mettere a tacere le voci che si levano contro la mafia. Proprio per combattere una cultura che rimuove il pericolo della mafia sarà presentata all'incontro una legge di iniziativa popolare che prevede l'insegnamento di una cultura antimafia a tutti i livelli scolastici: nelle scuole medie e superiori insieme all'educazione civica, e nelle università con un corso di diritto specifico sull'antimafia all'interno delle facoltà di Scienze della comunicazione.

Il dibattito sarà coordinato da Roberto Morrione, lo storico direttore di RaiNews24 ora in pensione e vedrà la partecipazione di Giovanni Mantovani, direttore testate dell'IFG di Urbino, Anna Petrozzi, capo redattore di “Antimafia Duemila”, Elisabetta Caponnetto, vedova del padre del Pool Antimafia Antonino Caponnetto, Anna Maria Pancallo, segretaria della SG di Locri, Tania Passa, del Dipartimento Informazione ed Editoria dei DS, Sandro Ruotolo, giornalista RAI, Antonio Ingroia, sostituto procuratore presso la Direzione antimafia di Palermo, Lorenzo Diana, membro della Commissione parlamentare Antimafia, Beppe Lumia, capogruppo DS della Commissione parlamentare Antimafia, Daniele Vimini, segretario dei DS di Pesaro.


Per leggere la proposta e firmare la legge d'iniziativa popolare visitate questo blog

La notte Arcobaleno, lato B[imbi]

Li abbiamo visti girare con cappelli a forma di fiore per le vie della città, nei passeggini o mano nella mano con mamma e papà. Erano tantissimi. E non c'è da stupirsi perchè la Notte Arcobaleno, notte dei colori della pace, ha riservato molto spazio anche ai bambini nella sua programmazione.

Zoia, mamma di una bimba, dice che è un evento bellissimo per i piccoli, ci sono palloncini, musica e spettacoli per tutte le vie. Lorenza, pesarese di nascita, ha accompagnato qui i suoi due bambini da Bologna e dice che ne è valsa la pena, le iniziative sono interessanti e a dimensione di bambino. Come quelle in Piazza del Popolo, dove dalle 18.00 alle 22.00 la bottega di Fior Cappellaio ha sfornato berretti fiorati senza sosta, mentre accanto, i volontari della Ludoteca del Riù hanno invitato bimbi e genitori a costruire due grandi arcobaleni di carta, cartone e stoffe. Seduta per terra intenta a rifinire un pezzo dell'arco troviamo Gina Iacomucci che per la Cooperativa Il Labirinto ha curato l'organizzazione dei laboratori del Cantiere Arcobaleno. Ci spiega che «tutti i materiali utilizzati sono di recupero e proposti al bambino divisi in scatole tematiche, ad esempio la scatola del rosso contiene stoffe di vario genere, ruvide o lisce, carte leggere o pesanti per far nascere nei bimbi la consapevolezza della differenza. Ogni pezzo verrà assemblato nell'arcobaleno che trasporteremo dopo le 22.00 in San Giovanni».

E proprio la Biblioteca San Giovanni è stata un centro di attrazione per i bimbi, grazie alla collaborazione della Biblioteca le Foglie d'oro. Dalle 21.00 nel piano terra del San Giovanni gli attori della compagnia Vissidarte hanno recitato davanti a un pubblico di piccolissimi alcune favole, mentre i più grandicelli hanno potuto partecipare a una caccia al tesoro dal Castello gonfiabile di Piazzale Lazzarini lungo via Passeri fino ad arrivare all'ambito premio, l'incontro con Harry Potter. Teletrasportatosi da Hogwarts è comparso davanti ai fan in biblioteca alle 22.00, mentre nel piano rialzato veniva letto il IV capitolo dell'ultimo libro della saga, tradotto per l'occasione in italiano visto che ancora è inedito nel nostro paese. Il via vai dei bambini è stato costante, e almeno un centinaio di bambini hanno partecipato agli eventi della Biblioteca.

Risalendo verso Piazzale Lazzarini incontriamo Paola, Tiziana e Manuela, amiche, ognuna con due figlie, che hanno partecipato alle attività in Piazza del Popolo e in San Giovanni, anche se «ci sono tanti spazi per i bambini, non si riesce a fare tutto, ma forse è meglio così, non si creano caos e file». Vicino alla giostra Luca di Pesaro, sta aspettando la figlia e ci dichiara tutto il suo stupore rispetto ai giornali che hanno riportato le lamentele verso la Festa in centro. «Abito qui vicino e per me è molto positivo che si organizzino eventi per animare le vie della città. Non bisogna dare per scontata l'idea che i residenti siano disturbati dai festeggiamenti. Per me è tutto bellissimo».

Quando la mezzanotte è ormai passata da un pezzo la festa non è ancora finita, bambini e genitori risalgono lungo via Rossini verso il mare a godersi i fuochi d'artificio. Solo allora arriva il momento di darsi la buonanotte.


sabato, agosto 25, 2007

Corrispondenze ai margini dell'Occidente

Stefano Sanchini e Loris Ferri sono giovani poeti che cercano “Corrispondenze ai margini dell'Occidente”. Entrambi marchigiani, la loro poesia civile si ispira a quella che rese altrettanto eretico ed esule Dante rispetto ai suoi contemporanei, e così affascinati dalla figura del poeta fiorentino i due scrittori hanno composto un poema tripartito proprio a distanza di settecento anni dalla nascita della Commedia.

Ieri sera alle 21.00 in Piazzale Olivieri, accompagnati dalla viola da gamba di Hiroyuchi Tabuchi, di “cantiche” ne hanno recitate due, l'“Infernaccio” e il “Paradossale”, e alla fine della lettura-dialogo la voglia di ascoltare anche il “Purgatoriano” è tanta. Bisognerà attendere il prossimo gennaio perchè questa curiosità possa essere soddisfatta, quando il poema sarà pubblicato da Grafiche Effigie con un'introduzione di Roberto Roversi, uno dei poeti che insieme a Pasolini fondarono nel 1955 la rivista “Officina”.

I versi di Sanchini e Ferri denunciano molti dei mali che affligono l'Infernaccio dove viviamo. La fame e la sete che soffre chi vive di là dal mare, le bombe che con ipocrisia chiamiamo intelligenti, la guerra scoppiata nella bella Plitvice in Jugoslavia nel '91, così vicina e così ignorata, le armi ad uranio che seminarono tumori, la stoltezza di chi si lascia distrarre dai reality televisivi per non vedere la realtà vera, il fascismo che non è mai morto, il denaro che corrompe tutto. Soprattutto, però, la denuncia e il grido si alzano contro quei poeti che si rinchiudono nella loro stanzetta, che si fanno tentare dai borghesi e dalle logge dei potenti, che «leccano i loro gelati, mentre l'Africa muore».

Quanto era diverso quel mondo arcaico fatto di luna e di fuoco, di pietra e di fiumi che abbiamo dimenticato, quant'è importante ancora respirare l'odore della Ginestra. Ma in questo mondo Paradossale la lunga marcia dell'Occidente, il Progresso, lascia una scia di sangue e ingiustizia, figli che nascono per morire alla guerra, genti “altre” convertite o uccise. E il dubbio che il poeta passa al Lettore è infine questo: «anche in Paradiso noi vecchia stirpe d'occidente faremo la guerra?».


Intervista a Stefano Sanchini e Loris Ferri

Appena vado verso di loro Stefano e Loris mi bloccano dicendo: «Ci rendiamo conto che il nostro lavoro è denso e pieno di tematiche e riferimenti, pieno di paradossi, come il nome dell'ultimo dialogo».

C'è proprio l'imbarazzo della scelta, di certo la vostra poesia richiama immagine concrete, note a chi vive in questa città.
Sì, la nostra poesia si rifà alla vita vera, sono citati luoghi reali della provincia come la Biblioteca San Giovanni di Pesaro o la Gola del Furlo. È una poesia che prende in oggetto il reale, una poesia che vuole essere civile, ci ispiriamo all'impegno di poeti come Pasolini, Leopardi, Majakowski, Neruda e chiaramente Dante. A parte la forma tripartita del poema, i temi che affrontiamo ci avvicinano alla figura di Dante esule politico, ci sentiamo come lui, ai margini di un Occidente paradossale e infernale che ha perso il contatto con i problemi del mondo.

Possiamo parlare anche di un tema del viaggio nelle terre dimenticate dall'Occidente?
Certo, il viaggiatore però non deve essere un turista. Oggi è raro che qualcuno parta col desiderio di conoscere i luoghi e compiere un viaggio esistenziale, di solito tutto si riduce a turismo da villaggio vacanza, che sarebbe paradossale chiamare viaggio.

Sono dunque in via d'estinzione i poeti che si impegnano nel civile?
In realtà conosciamo e collaboriamo con altri poeti con la nostra stessa passione. Facciamo parte della redazione de “La Gru”. È una rivista di poesia uscita con quattro numeri nel 2005-2006, che ha ospitato le opere di giovani poeti, come Davide Nota, ma anche di Gianni d'Elia e alcune traduzioni del poeta beat Hirschman. Purtroppo la pubblicazione in formato cartaceo è stata interrotta per mancanza di fondi, anche se ci stiamo adoperando per raccogliere i fondi sufficienti. La rivista on line si può trovare al nuovo indirizzo web http://www.lagru.org/.

In Italia, però, sono poche le riviste di poesia civile, mentre ce ne sono fin troppe che raccomandano di non immischiarsi con le faccende del mondo. Come dicono i nostri versi mentre l'Africa muore, i poeti stanno sulle «Ciminiere» a leccare gelati, ma la poesis è un agire, e, dunque, dov'è l'amore di cui tanto parlano questi poeti che chiudono gli occhi? L'amore per una donna non è l'unica forma d'amore possibile, anche l'impegno politico lo è, e il nostro Dante questo lo sapeva molto bene.


Intervista a Hiroyuchi Tabuchi, violista.

Da quanto tempo conosci Stefano e Loris?
Da aprile, quando abbiamo cominciato a suonare insieme. È stato per un caso fortuito, ho sostituito quasi all'ultimo momento la persona che doveva fare da accompagnamento alla lettura.

Hiroyuchi, è piuttosto raro ascoltare e vedere un suonatore di viola da gamba...
Sì, è uno strumento barocco che ho imparato a suonare qui in Italia. Sono venuto apposta dal Giappone due anni fa, dopo essermi laureato in violino e composizione. Sono appassionato di tutta la musica classica, ma in particolare amo la musica europea del Seicento, con le sue basi armoniche di basso continuo e i suoi strumenti antichi. Recentemente ho suonato a Urbino, dove ho seguito i corsi di “Urbino Musica Antica”.

Quando sei partito cosa pensavi del mondo della musica classica in Italia?
Avevo tante aspettative e molte sono state confermate. A dir la verità pensavo che la musica classica fosse più apprezzata dai giovani italiani. È un peccato, anche se la colpa è anche dell'ambiente che è percepito come lontano dalla gente comune. Credo che sia importante che i musicisti siano più vicini alla gente e viaggino per il mondo suonando qualsiasi tipo di musica, europea e orientale, tradizionale e moderna...

Sbaglio o questo è un po' il tuo sogno nel cassetto?
Proprio così, ho studiato tutti questi strumenti perché vorrei formare un gruppo e portare la mia musica in tutto il mondo, alla faccia di chi ha proclamato la morte della musica classica...

venerdì, agosto 24, 2007

Well[e]s experiment: la Guerra dei Mondi”

Da un buco nero nell'ammasso gassoso intergalattico del Perseo un suono grave e potente si propaga nell'universo con la forza di 100 milioni di supernove. L'onda è captata dal Grande Orecchio, il radiotelescopio di Portorico e ben presto si diffonde attraverso le antenne nei tubi catodici dei televisori rendendo ogni abitante terrestre inerte. Questa la trama diWell[e]s experiment: la Guerra dei Mondi versione filmica dell'omonima videoinstallazione sonora del 2005, proiettata ieri sera nel Cortile dei Musei Civici alla presenza degli autori. Roberto Vecchiarelli, ideatore del concept, ha trasposto in formato televisivo la famosa trasmissione radiofonica della CBS condotta da Orson Welles nel 1938, perchè conscio della potenza e della capacità pervasiva di questo medium di «inondarci di immagini a forte carica emotiva, come lo tsunami o la caduta delle torri gemelle, senza spiegarci quello che accade nel mondo, ma sempre alludendo e illudendo».

In questa rappresentazione lo schermo si spezza in quattro frame per restituire la discontinuità del'originaria videoinstallazione e le immagini si fondono e si scontrano coi suoni. Come spiega Eugenio Giordani del Laboratorio Elettronico di Musica Sperimentale del Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro ( LEMS ) il mix di suoni concreti e sintetici nel film non costituisce una colonna sonora strutturata ma è multifunzionale: commenta, sottolinea, strania le immagini.

Il mondo raccontato dal film
non è più popolato da uomini ma da ombre che li sostituiscono. La voce narrante di un sopravvissuto denuncia la manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa: il flusso di immagini che proviene dalla schermi converte la realtà in un mondo fittizio in cui realtà e finzione si confondono. Il telespettatore è sopraffatto dal mondo illusorio e autoreferenziale di una televisione che non interpreta la realtà, ma ne crea una propria.


Non c'è un lieto fine, ma il monito di essere vigili perché «le menti distratte sono assorbite, gli eventi diventano immagini e le persone perdono l'umanità senza accorgersene riducendosi a larve che vivono in un corpo pietrificato».


Intervista a Roberto Vecchiarelli e Eugenio Giordani

Il film proiettato stasera è a cura del gruppo Quatermass, di che si tratta?
Sono professore di Storia del Teatro e dello Spettacolo e ho coinvolto alcuni studenti ed ex-studenti in questo gruppo che non si occupa soltanto, come potrebbe suggerire il nome, di fantascienza (The Quatermass Experiment è una nota serie di fantascienza trasmessa negli anni '50 dalla BBC, n.d.r), ma più ampiamente di arti visive. Abbiamo curato un'istallazione sul tema del manicomio che sarà presentata anche alla Festa dell'Unità.

Il flusso di immagini dei quattro frame che spezzano lo schermo è accompagnato da una non-colonna sonora. È la stessa del percorso nella videoistallazione?
Sì, i suoni riprodotti nei tre ambienti della videoistallazione presso la Pescheria di Pesaro sono stati messi in sequenza nei tre capitoli del film. Se prima c'era molta più casualità nell'ascolto dovuta all'allestimento e alle innumerevoli possibilità di fruizione individuale, nel film c'è uno studio molto più attento del suono.

Il film legge e reinterpreta la trasmissione del 1938 a opera di Orson Welles, denunciando il tema del potere dei mass media che ci invadono come alieni e ci alienano, ci ingannano...
Sì, ma anche Welles era conscio di questo potere e alla fine della trasmissione dice agli ascoltatori di stare attenti a tutto quello che sentono e, di non credere a tutto quello che passa per radio.

Welles aveva studiato teatro e recitato, si interessava di radio e televisione e di cinema naturalmente. Possedeva un'educazione ai media fuori dal comune. Come possono invece i cittadini comuni resistere ai flussi che provengono dai mezzi di comunicazione di massa?
Sicuramente dovrebbero sviluppare degli strumenti di critica, essere meno passivi. Brecht diceva che se i telespettatori conoscessero le regole del gioco come gli spettatori degli sport sarebbero molto più coscienti e capirebbero quando una partita è leale o truccata. Molti spettacoli televisivi oggi invece sono modellati sul talk show che non informa ma distorce, con molta insistenza sull'immagine e sull'emotività. Ad esempio le imagini dell'11 settembre 2001, o delle torture in Iraq vengono ripetute in continuazione, si tramutano in icone e perdono il significato originario.


Intervista a Giorgio Donini, prof. presso l'Istituto del Libro e L'ISIA di Urbino.

Che reazione ha avuto di fronte al film appena proiettato?
Straordinario, nelle immagini, nel sonoro. È un dramma moderno che andrebbe proiettato in Piazza del Popolo, non solo in questa piccola piazza: dovrebbero vederlo tutti, insegna una lezione importantissima sui media di cui moltissimi, ahimè, hanno bisogno.

E in effetti il film solleva anche il tema dell'educazione ai media. Come possono i cittadini difendersi dal flusso dei messaggi dei mass media e cosa possono fare lo Stato e la società civile?
Dirò delle banalità, ma bisogna ripartire da zero. Serve un demiurgo che crei una nuova politica, società civile, scuola...Per fare capire ai miei allievi la capacità di imbonimento e persuasione dei media proietto sempre ad ogni prima leziome Quarto potere di Welles. Purtroppo spesso mi trovo davanti a un'utenza scolastica televisiva e questo, temo, sarà l'andamento nei prossimi anni: pochi insegnanti e molti schermi, lezioni non in più in presenza, semplicemente scaricate e digerite senza consapevolezza e criticità.


Le riforme per l'Italia

Intervista a Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia

Questa sera come di recente al Meeting di Rimini ha affermato che per avviare le riforme serve un governo più credibile e stabile e che le riforme si fanno in due. Uno dei soggetti potrebbe essere il Partito Democratico, l'altro potrebbe essere un partito delle destre, in seno al Partito Popolare Europeo. Tuttavia il rallentamento nella costituzione di un grande partito a destra non potrebbe frenare ancora di più l'avvio delle riforme?
Ci sono riforme che devono essere fatte il prima possibile, come la riforma elettorale, e su cui è possibile raggiungere un accordo bipartisan. Si tratta di coinvolgere un buon numero di soggetti, senza la necessità di raggiungere l'unanimità. Altro discorso invece sono le riforme costituzionali: c'è bisogno di un clima di fiducia reciproca tra le parti che oggi non c'è.

Secondo il presidente Spacca il movimento delle regioni si deve muovere non solo nel senso della sussidiarietà, come sta facendo l'Unione Europea, ma anche della solidarietà. È possibile che in seno alla Lega delle regioni si sviluppino forme di tutoraggio tra regioni più avanzate e meglio organizzate e regioni più carenti e meno efficienti?
Esistono già forme di cooperazione. Ad esempio in Sicilia stiamo portando avanti un progetto per migliorare l'efficienza della sanità, mentre in Campania ci sono progetti di sviluppo della ricerca, soprattutto nell'ambito dell'Aeronautica. Non bisogna porre sussidiarietà e solidarietà come alternative. Le riforme federaliste servono a dare più potere ai cittadini. Le differenze di efficienza e ricchezza tra regione e regione si possono colmare attraverso un fondo di perequazione adeguatamente progettato, cui possano accedere i governatori che vogliono seguire la “via virtuosa”. Chi si impegna per eliminare sprechi e malgoverno, potrebbe accedere al fondo, con finanziamenti gradualmente più bassi fino al rientro nei parametri di efficienza.


Intervista a Gian Mario Spacca, presidente della Regione Marche

Durante il dibattito lei ha ricordato che il principio di sussidiarietà così caro all'Europa, va affiancato al principio di solidarietà e ha proposto un tutoraggio delle Regioni più avanzate ed efficienti a vantaggio delle Regioni più povere e carenti. Quale esperienza può mettere in comune la Regione Marche con le altre? E cosa invece potrebbe imparare?
Attualmente c'è un progetto-tutor sulla sanità in Sicilia, che potrebbe essere un buon esempio da seguire per il futuro. Per quanto riguarda la Regione Marche credo che la nostra esperienza nella Protezione Civile possa essere d'aiuto a Regioni come la Puglia e la Sicilia, che quest'anno hanno dovuto fronteggiare un'emergenza incendi sopra le loro possibilità. Questi eventi hanno messo in luce il pericolo di tornare a un governo centralista, che si prenda carico di ciò che compete alle Regioni inefficienti attraverso le prefetture. Proprio come ha proposto Bertolaso vista l'incapacità delle Regioni del Sud di affrontare i roghi di quest'estate. C'è il rischio di tornare indietro se non si allacciano relazioni di collaborazione tra le Regioni.

Possiamo vantare anche un modello di Azienda Sanitaria, che viene studiato da altre regioni per la sua efficienza e siamo comunque consci che c'è sempre da migliorare e imparare dagli altri. In verità ciò che è più rilevante non sone le differenze tra regione e regione, ma tra Nord e Sud d'Italia. La questione meridionale non è affatto risolta e la solidarietà non può mancare per colmare questo dualismo.

Anche nel dibattito di stasera si è parlato delle diverse sensibilità che costituiranno il Partito Democratico. Lei è un esponente della Margherita, una minoranza rispetto alla componente diessina nel futuro assetto del PD . Non temete di perdere la vostra anima, di essere fagocitati dalla maggioranza?
Le rispondo con una storiella: c'era un uomo negli anni '70 che dirigeva la DC e il governo con solo il 4% di voti. Il suo nome era Aldo Moro. Questo per dirle che per fare il leader i numeri non contano molto, ma più di tutto è importante la progettualità della visione, la capacità di guardare ai temi che avanzano nella società.

martedì, luglio 10, 2007

Detto tra noi e la BPM

Ciao!


Non volevo scatenare l'anarchia più totale sulla mailing list, ma ieri la BPM in vena di confidenze mi ha detto che possiamo fare tanti PW quanti ne vogliamo-riusciamo.
Ovvero ci consiglia di sceglierne il più possibile perché a livello professionale è molto conveniente - ne convengo!!! - e lei cercherà (vedremo che quantità/qualità di potere ha 'sta donna) di non creare troppe sovrapposizioni per consentirci di seguirli senza problemi.
L'idealista BPM ben presto si scontrerà con la realtà e col fatto che 50 persone in un PW sono un bel po' tante.
Nel frattempo, dominata - neanche troppo malvolentieri - dal demone dell'egoismo che mi dice di non spargere la voce per evitare sovraffollamenti e di usare tatticamente le informazioni avute di straforo, vi passo la novità ""top secret""...che vista la logorrea che affligge la BPM non lo rimarrà per molto!!! ma incrociando le dita...magari...è estate...la gente spegne il cervello...si attarda fino a settembre e lì i giochi dovrebbero essere fatti...[risata malefica]
Se avete il tempo e vi interessano più di 36 crediti di PW, fate una crocetta in più che non succede niente. Personalmente ne ho messe un bel po'...

A presto,
The Dark Side of Cecilia.

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