sabato, novembre 15, 2008

sabato, giugno 07, 2008

Scuole di giornalismo: beato chi ci entra

a cura di Cecilia Benzoni


«Per chi non ha santi in paradiso la scuola di giornalismo è l'unica soluzione».
Parola di Ilaria Iacoviello, 28 anni giornalista di Sky24. Prima di tentare il test per le scuole di Perugia e di Urbino era già pubblicista, aveva collaborato con Il Resto del Carlino di Ravenna e a Il Messaggero di Roma scriveva nella cronaca giudiziaria. «È stata quell'esperienza a formarmi. Non tanto la scuola. Certo l'Ifg, mi ha dato più consapevolezza dei miei mezzi, ma l'esperienza che fai quando lavori tutti i giorni in un'azienda come praticante la scuola non può dartela».
Tanti giovani e meno giovani che tentano di entrare nelle scuole dell'Ordine hanno alle spalle molte esperienze nel giornalismo. Su sette intervistati solo una ragazza non aveva mai collaborato con testate almeno locali. E di solito ognuno ha avuto più di un'esperienza lavorativa. E allora perché inseguire i test annuali o biennali e restare sui banchi due anni se ci si forma sul campo? Molto candidamente Ilaria ci risponde che se non avesse fatto la scuola non avrebbe fatto quello stage a Sky che l'ha portata alla sua attuale occupazione. Anche Luigi Benelli, 27 anni giornalista, che già da pubblicista collaborava con Il Messaggero, non nasconde i vantaggi della faccenda. Tanti stage interessanti e il tesserino con cui potrà ottenere un contratto migliore. Però se come molti ha scelto la scuola di Urbino l'ha fatto per la sua ottima fama, «per poter entrare con serietà nel mondo del giornalismo». E a volte questa serietà manca in altri percorsi. Il praticantato, concesso sempre più raramente dalle testate, spesso è riservato a chi ha «una mamma o un papà giornalisti, uno zio vescovo, un amico politico» piuttosto che un titolo di studi adeguato. E così Sciltian Gastaldi, 34, Guido Maurino, 28 e Paolo Russo, 26 anni scelsero Urbino perché avevano riposto le loro speranze in una scuola dove potessero far valere i loro meriti e cercare di trovare uno spazio per sé in una professione così chiusa.
Se da un lato gli Ifg sono un meccanismo per l'entrata, dall'altro non bisogna sottovalutare l'ottima occasione di formazione. Alice Monni, 26 anni, giornalista presso l'agenzia di stampa Apcom, dice che la scuola le ha dato una formazione che i suoi studi precedenti e il praticantato non avrebbero mai potuto darle. Anche Leila Ben Salah, 30 anni, responsabile ufficio stampa della Provincia di Ancona, loda quella preparazione di giornalista multimediale che la scuola le ha fornito, grazie a cui si sente una professionista a tutto tondo.
Dell'Ifg di Urbino sono tutti soddisfatti e lo consigliano soprattutto per avere più risorse e strumenti per misurarsi con un mondo del lavoro difficile se non ostile. Si deve innanzitutto tenere in conto la precarietà che il tesserino, purtroppo, non sconfigge. Nessuno degli intervistati a due anni dall'uscita dalla scuola è stato ancora assunto a tempo indeterminato, alcuni hanno contratti pluriennali, altri solo collaborazioni.
In secondo luogo non bisogna scoraggiarsi per la durata dell'iter degli studi. Una laurea certo è necessaria, però forse l'Ordine dei Giornalisti dovrebbe ripensare l'assurdità di costringere i neolaureati a ottenere una laurea specialistica per poter accedere alle scuole, mentre per un praticante non è obbligatorio neppure il diploma. Luigi consiglia di crederci, anche e soprattutto perché la professione è molto satura. Bisogna «essere spinti dalla passione anche perché l'ambiente può non essere dei migliori». Ilaria suggerisce di guardare la situazione com'è. Se si è convinti della propria vocazione bisogna insistere, ma «farsi furbi e non andare a bussare in posti che non apriranno mai la porta». E se Sciltian, deluso dall'Italietta delle raccomandazioni, a Toronto ha trovato lo spazio che meritava, Alice crede che si possa “sopravvivere” anche facendo la giornalista nel nostro paese. «Il segreto è mostrarsi disponibili e flessibili nel lavoro e con i colleghi. E poi studiare e tenersi aggiornati, per stare sempre sul pezzo e non farsi cogliere impreparati».

venerdì, maggio 30, 2008

Il nostro pane quotidiano...



...è un film senza parole.
Racconta tutto con le immagini e i suoni, ma le parole non ci sono. Perché nessuno ne parla.
Esplora un mondo che esiste per noi, l'industria del cibo, ma senza di noi, perché noi non lo consideriamo.
Prima del supermercato cosa c'è? Prima che qualcosa diventi cibo che cos'è?


ODB - vai al sito del film

mercoledì, maggio 21, 2008

Come aprire una web radio: i consigli di Fabrizio Mondo

a cura di Cecilia Benzoni

Per fare una web radio servono poche attrezzature, una buona capacità di orientarsi nel campo delle normative, ma soprattutto molto entusiasmo per superare le difficoltà iniziali. È quello che ci spiega Fabrizio Mondo, studente di ingegneria informatica e curatore della radio dell'Associazione Giovane Sicilia che ha fatto del suo blog
www.fabriziomondo.com un punto di riferimento per i navigatori italiani che vogliano aprire una web radio.

Come studio di registrazione può bastare un computer connesso a Internet, un mixer e un microfono. Poi servono delle applicazioni standard, i server, che possono essere Cast o Windows: tra i più famosi ci sono Shoutcast, Windows Media Encoder, e Icecast, che è open source.

Bisogna tener conto anche della banda disponibile per caricare i file audio. C'è una formula semplicissima: qualità per numero di utente uguale banda. Con una qualità di trasmissione inferiore a parità di banda si potranno avere più utenti e viceversa. La qualità media per le web radio per poter essere accettabile è di 64 kbit/s. Ad esempio trenta spettatori per 64 kbit/s richiedono quasi 2 Mbit/s di banda in upload, impossibile per una connessione casalinga. A chi gestisce una web radio amatoriale conviene alla fine abbassare la qualità: rivolgersi a un server esterno fa scattare una fascia di costo superiore per la Siae.

In realtà solo parte dei costi dipendono da cosa stiamo trasmettendo. Le webradio non hanno nessun tipo di limitazione in teoria, visto che le società del diritto d'autore tutelano gli iscritti e non la tecnologia. Tuttavia quando utilizziamo la musica protetta dal diritto d'autore, dobbiamo chiedere una licenza alla società che lo tutela, come la SIAE. Tra le licenze in questione ci sono le Awr (Autorizzazione per le webradio) che differiscono a seconda della tipologia di web radio personale, istituzionale o commerciale, ma non bisogna trascurare anche quelle rilasciate dalla SCF (Società Consortile Fonografi).

Se il gestore è un amatore che non ricava utili i costi per la sola SIAE vanno dai 240 ai 480 euro all'anno in base al numero di utenti. Invece, una radio istituzionale, tipica di un'associazione e sempre senza lucro, come ad esempio una web radio universitaria, costa dai 60 ai 100 euro al mese, più una piccola quota in base agli ascolti. Diverso il discorso per le radio commerciali, il cui utile viene tassato dalla SIAE dal 7 al 12 % a seconda della quota di musica trasmessa, spese pubblicitarie escluse.

La licenza SCF invece considera il numero degli utenti e soprattutto il costo che si ha nella gestione della webradio. È una licenza diversa che tutela la diffusione della musica, ma è necessaria quanto quella SIAE: ignorarla può portare alla chiusura della webradio.

Il consiglio per chi è alle prime armi è quello di consultare i siti di SIAE e SCF e il blog di Fabrizio Mondo, che contiene più di sessanta articoli sull'argomento ed è un punto di incontro per dibattere di problemi tecnici e normative controverse.

In effetti una normativa che moltiplica il costo della licenza in base al numero degli ascoltatori, tarpa le ali ai piccoli che vogliono allargarsi. Senza contare che c'è una clausola nella licenza Awr che permette agli autori associati di impedire il passaggio della propria musica sulle web radio. Eppure se un singolo o un'associazione senza scopo di lucro trasmettono canzoni di un autore in fondo gli fanno pubblicità. Certo il discorso per le radio commerciali è diverso, chi lucra sulla musica deve pagare. Bisogna considerare che proprio le web radio commerciali possono essere appetibili e più sicure per gli inserzionisti pubblicitari visto che il server tramite cui si trasmette registra il numero esatto di utenti e quando si connettono, a differenza del calcolo euristico di Audiradio per le radio tradizionali FM.

Anche se qualcuno cerca di imbrigliare e frenare la rete, bisogna tener conto che Internet ha grandi potenzialità per tutti, oltre a permettere a piccoli gruppi che non hanno risorse di farsi sentire da e in tutto il mondo. L'ultimo consiglio di Fabrizio per uno studente che voglia aprire una webradio personale è questo: non arrendersi alle prime difficoltà. Tanti hanno un repentino calo d'entusiasmo e abbandonano, ma bisogna portare avanti il proprio progetto nonostante gli ascolti bassi e i sacrifici che richiede. Se si riesce a resistere alla prima fase di insuccesso poi la strada è tutta in discesa.

Ascolta l'intervista a Fabrizio Mondo


Link

Il blog di Fabrizio Mondo con sessanta articoli-guide per web radioamatori

Il sito della SIAE

La Società Consortile Fonografi

Video dalla radio dell'Associazione Giovane Sicilia


lunedì, marzo 03, 2008

Università di Bologna: gli studenti cercano lo Spazio

di Cecilia Benzoni


L'Alma Mater Studiorum forte della sua storia millenaria attrae da secoli studenti di tutto il mondo a Bologna. La coabitazione di cittadini e universitari, una delle fondamenta della città, è stata messa alla prova negli ultimi anni dall'aumento esponenziale degli iscritti. Agli albori dell'università di massa negli anni '60 del secolo scorso, l'Ateneo contava 18.000 studenti. Oggi invece sono 96.000, di cui 46.000 fuorisede.
Iscritti all'Università di Bologna dall' a.a 1990/91 al 2005/2006
Dal '77 bolognese, quando la città respinse gli studenti, partono le tensioni tra universitari e cittadini. Secondo Francesco Critelli, responsabile nazionale Università della Sinistra giovanile dal 2005 al 2007 e ora consigliere comunale, «dopo trent'anni di distanza e di diffidenza ci vuole del tempo per ricucire e risanare la frattura».
Per Vincenzo Corvaglia, del comitato cittadino Al Crusèl «c'è stata in città una curva di cambiamento abbastanza ripida negli ultimi 15 anni. Sicuramente correlata a un aumento della presenza degli studenti, ma anche di immigrati da tutte le parti del modo».

È cambiata la morfologia della città anche nel centro storico. In particolare di due zone. Una è l'area ad alta densità abitativa di studenti di via del Pratello, quartiere Saragozza, lo stesso in cui si trovano le facoltà di Ingegneria e Chimica Industriale. L'altra è via Zamboni attorno cui si sviluppa il quartiere universitario, e che ospita le sedi storiche dell'Ateneo. L'afflusso di studenti ha portato gli affitti alle stelle e a un'omologazione dell'offerta commerciale. Le vecchie botteghe hanno lasciato il posto a bar, pub, locali e spacci serali che rincorrono i bisogni degli studenti. E Bologna si dimostra molto appetibile perché è «una città giovane» afferma Paolo Silimbani, iscritto a Farmacia. Concorda Ida Cenni, studentessa di Economia «l'anno scorso facevo molta vita bolognese e quasi tutte le sere ero in festa». Anche per Valentina Zeni, studentessa di Lettere, Bologna è una città grande e accogliente, «però è organizzata in modo caotico, mancano a volte delle iniziative». Gli abitanti puntano il dito contro questo caos e denunciano la trasformazione del centro storico in una osteria a cielo aperto: «I giovani hanno trovato solo la strada come unico terreno per incontrarsi e divertirsi e, obiettivamente, per consumare alcolici a poco prezzo, con la conseguenza che i cittadini hanno subito questa sorta d'invasione notturna» spiega Vincenzo Corvaglia. Il suo comitato, Al Crusèl, rappresenta i residenti di Via del Pratello e quello che chiede «è il rispetto delle regole di convivenza civile e delle leggi che vietano schiamazzi e assembramenti rumorosi di notte». Il sindaco Cofferati non è rimasto indifferente a queste lamentele e ha risposto con un'ordinanza nel novembre 2006, molto contestata dai commercianti. Da allora i locali chiudono all’una di notte (salvo una deroga fino alle 3 qualora i gestori si impegnino a vigilare sul corretto comportamento degli avventori anche fuori dal locale) ed è vietato vendere alcolici da asporto tra le 22 e le 6 in tutti i tipi di negozi e circoli privati.
Notte bianca in Piazza Verdi
«È capitato che alcuni organizzassero feste in piazza Verdi (al centro di Via Zamboni, n.d.r.), e staccassero la musica non a mezzanotte ma alle 4 del mattino, disseminando tutta la zona universitaria di rifiuti e bottiglie di vetro: questo non è sicuramente un servizio utile alla maggioranza civile e pacifica degli studenti» ammette Francesco Critelli. Tuttavia «è ingiusto schierarsi contro qualsiasi iniziativa culturale, come fanno alcuni comitati di cittadini che immaginano una città ridotta al silenzio, per cui gli studenti sono semplicemente un motivo di disagio».
L'idea di una lotta aperta tra studenti e cittadini è una semplificazione sbagliata, «non è questo il modo giusto d'interpretare la realtà» precisa Corvaglia «le nostre denunce non riguardano gli studenti, ma le attività commerciali che abusano dello spazio della città, che non è nostro né degli osti. Non spendono per fare sale per i fumatori e costringono i loro avventori a stare fuori, usando i portici come dépendance».

Ma allora che tipo di rapporti hanno gli studenti che vivono e abitano a Bologna con gli altri cittadini? «Alquanto scarsi. Quel poco che è legato allo studio» ci risponde Federico Valmorra, studente di Fisica, «abbastanza sfuggevoli» per Paolo e «quasi nulli» come ci confessa Ida. Si sale sull'autobus, si saluta e si esce. Non si può dire di conoscere gente del posto. Certo, «ci sono locali frequentati da studenti e da cittadini», fa presente Francesco Amadori, studente di Storia Medievale, ma, fa notare Valentina, «non esistono spazi che hanno lo scopo di far incontrare studenti e cittadini di Bologna».

A un'analisi più attenta si scopre che il nodo problematico del rapporto tra studenti e città che li ospita potrebbe essere questo: la capacità di accoglienza in termini di spazio e partecipazione che Bologna e il suo Ateneo offrono agli universitari.
Gli spazi per gli studenti si restringono alle aule studio e alle biblioteche universitarie. Solo le strutture dell'Alma Mater sono i luoghi di ritrovo e partecipazione per gli studenti, spiega Pier Giacomo Sibiano, rappresentante dell'associazione Student Office, «poi c'è il Comune che ci offre la biblioteca Sala Borsa, e basta». Le strutture universitarie sono un punto di riferimento, anche per i pendolari, ma la sera, il sabato pomeriggio e la domenica sono chiuse. Per l'università uno studente esiste dalle 8.00 alle 19.00, «quando esce dall'Ateneo e diventa un cittadino non se ne occupa più» denuncia Critelli, «mentre L'Alma Mater ha il dovere di occuparsi anche dell'integrazione e dell'osmosi tra lo studente e la città».

L'amministrazione Cofferati si sta attrezzando per l'apertura serale delle aule studio, e, secondo Maria Cristina Santandrea, assessore alle Attività Commerciali, turistiche e marketing urbano, il Comune è molto attento a creare spazi di partecipazione per gli studenti, attraverso bandi e iniziative culturali. Ma anche «spazi intesi come alloggi, non per ludismo personale». Di qui l'impegno per stroncare gli affitti in nero e per l'edilizia popolare pro studenti, con la costituzione dell'Ufficio alla casa. Trovare spazi per gli studenti nel centro di Bologna è sempre più difficile: «non bisogna assecondare un numero che cresce in modo esponenziale. Bisogna pensare cosa la città è in grado di accogliere come la dignità degli studenti dovrebbe meritare». Corvaglia concorda, l'Alma Mater ha seguito la politica dei grandi numeri, «ma non s'è mai posta il problema di creare situazioni, creare strutture che potessero migliorare la convivenza tra studenti e residenti: agli studenti non rimane che riversarsi sulle strade».

E sulle strade del quartiere universitario c'è assai poco decoro. Cristina Costa, studentessa di Psicologia, racconta di punkabbestia più o meno pacifici con i loro cani, cartacce, urine e feci di animali. Palazzi e portici sporchi non invitano a passare di lì gli abitanti del centro che non sono universitari, per Valentina «non c'è nulla di bello da vedere per cui di sera ci sono semplicemente i locali dove vanno gli studenti e i ragazzi in generale e poi lo spaccio». Alcune persone soggiornano in Via Zamboni a tutte le ore e «fanno di tutto in quelle strade, diventano delle specie di loro abitazioni più che luoghi pubblici» spiega Ida. Molti lasciano bottiglie e sporcano. Secondo Federico «ci sarà anche qualche studente, ma la maggioranza è gente che l'università la vede da lontano», anche se Valentina ha abitato un anno e mezzo proprio dietro Piazza Verdi e porta una testimonianza diversa: «c'era della gente che mi faceva la pipì sotto casa mentre rientravo. E non erano sicuramente dei punkabestia da com'erano vestiti, erano studenti normalissimi. Via Zamboni è proprio tenuta male». «È tipico delle città metropolitane, non solo di Bologna, avere questi problemi sulle vie» afferma Critelli, ma, ribatte Sibiano, «proprio questi problemi hanno fatto calare negli ultimi anni gli iscritti all'Alma Mater». La tendenza generale è che le grandi università hanno meno studenti a vantaggio di piccole città, meno problematiche dal punto di vista sociale e meno costose, come Urbino.

Ma gli studenti possono fare qualcosa contro il degrado? Si alza un coro di no: il dovere dello studente, lo dice la parola, è studiare e anche non sporcare.
La pensa diversamente l'assessore Santandrea: anche gli studenti devono fare la loro parte se vogliono essere bolognesi a tutti gli effetti. «A me piacerebbe molto che chi sta a Bologna meritasse di starci. Vorrei che i ragazzi si affezionassero alla città, che la sentissero propria, che si insinuassero nel tessuto sociale per essere più attivi».


Intervista a Maria Cristina Santandrea



Intervista a Francesco Critelli

 Use OpenOffice.org