Università di Bologna: gli studenti cercano lo Spazio
di Cecilia Benzoni
L'Alma Mater Studiorum forte della sua storia millenaria attrae da secoli studenti di tutto il mondo a Bologna. La coabitazione di cittadini e universitari, una delle fondamenta della città, è stata messa alla prova negli ultimi anni dall'aumento esponenziale degli iscritti. Agli albori dell'università di massa negli anni '60 del secolo scorso, l'Ateneo contava 18.000 studenti. Oggi invece sono 96.000, di cui 46.000 fuorisede.

Dal '77 bolognese, quando la città respinse gli studenti, partono le tensioni tra universitari e cittadini. Secondo Francesco Critelli, responsabile nazionale Università della Sinistra giovanile dal 2005 al 2007 e ora consigliere comunale, «dopo trent'anni di distanza e di diffidenza ci vuole del tempo per ricucire e risanare la frattura».
Per Vincenzo Corvaglia, del comitato cittadino Al Crusèl «c'è stata in città una curva di cambiamento abbastanza ripida negli ultimi 15 anni. Sicuramente correlata a un aumento della presenza degli studenti, ma anche di immigrati da tutte le parti del modo».
È cambiata la morfologia della città anche nel centro storico. In particolare di due zone. Una è l'area ad alta densità abitativa di studenti di via del Pratello, quartiere Saragozza, lo stesso in cui si trovano le facoltà di Ingegneria e Chimica Industriale. L'altra è via Zamboni attorno cui si sviluppa il quartiere universitario, e che ospita le sedi storiche dell'Ateneo. L'afflusso di studenti ha portato gli affitti alle stelle e a un'omologazione dell'offerta commerciale. Le vecchie botteghe hanno lasciato il posto a bar, pub, locali e spacci serali che rincorrono i bisogni degli studenti. E Bologna si dimostra molto appetibile perché è «una città giovane» afferma Paolo Silimbani, iscritto a Farmacia. Concorda Ida Cenni, studentessa di Economia «l'anno scorso facevo molta vita bolognese e quasi tutte le sere ero in festa». Anche per Valentina Zeni, studentessa di Lettere, Bologna è una città grande e accogliente, «però è organizzata in modo caotico, mancano a volte delle iniziative». Gli abitanti puntano il dito contro questo caos e denunciano la trasformazione del centro storico in una osteria a cielo aperto: «I giovani hanno trovato solo la strada come unico terreno per incontrarsi e divertirsi e, obiettivamente, per consumare alcolici a poco prezzo, con la conseguenza che i cittadini hanno subito questa sorta d'invasione notturna» spiega Vincenzo Corvaglia. Il suo comitato, Al Crusèl, rappresenta i residenti di Via del Pratello e quello che chiede «è il rispetto delle regole di convivenza civile e delle leggi che vietano schiamazzi e assembramenti rumorosi di notte». Il sindaco Cofferati non è rimasto indifferente a queste lamentele e ha risposto con un'ordinanza nel novembre 2006, molto contestata dai commercianti. Da allora i locali chiudono all’una di notte (salvo una deroga fino alle 3 qualora i gestori si impegnino a vigilare sul corretto comportamento degli avventori anche fuori dal locale) ed è vietato vendere alcolici da asporto tra le 22 e le 6 in tutti i tipi di negozi e circoli privati.

«È capitato che alcuni organizzassero feste in piazza Verdi (al centro di Via Zamboni, n.d.r.), e staccassero la musica non a mezzanotte ma alle 4 del mattino, disseminando tutta la zona universitaria di rifiuti e bottiglie di vetro: questo non è sicuramente un servizio utile alla maggioranza civile e pacifica degli studenti» ammette Francesco Critelli. Tuttavia «è ingiusto schierarsi contro qualsiasi iniziativa culturale, come fanno alcuni comitati di cittadini che immaginano una città ridotta al silenzio, per cui gli studenti sono semplicemente un motivo di disagio».
L'idea di una lotta aperta tra studenti e cittadini è una semplificazione sbagliata, «non è questo il modo giusto d'interpretare la realtà» precisa Corvaglia «le nostre denunce non riguardano gli studenti, ma le attività commerciali che abusano dello spazio della città, che non è nostro né degli osti. Non spendono per fare sale per i fumatori e costringono i loro avventori a stare fuori, usando i portici come dépendance».
Ma allora che tipo di rapporti hanno gli studenti che vivono e abitano a Bologna con gli altri cittadini? «Alquanto scarsi. Quel poco che è legato allo studio» ci risponde Federico Valmorra, studente di Fisica, «abbastanza sfuggevoli» per Paolo e «quasi nulli» come ci confessa Ida. Si sale sull'autobus, si saluta e si esce. Non si può dire di conoscere gente del posto. Certo, «ci sono locali frequentati da studenti e da cittadini», fa presente Francesco Amadori, studente di Storia Medievale, ma, fa notare Valentina, «non esistono spazi che hanno lo scopo di far incontrare studenti e cittadini di Bologna».
A un'analisi più attenta si scopre che il nodo problematico del rapporto tra studenti e città che li ospita potrebbe essere questo: la capacità di accoglienza in termini di spazio e partecipazione che Bologna e il suo Ateneo offrono agli universitari.
Gli spazi per gli studenti si restringono alle aule studio e alle biblioteche universitarie. Solo le strutture dell'Alma Mater sono i luoghi di ritrovo e partecipazione per gli studenti, spiega Pier Giacomo Sibiano, rappresentante dell'associazione Student Office, «poi c'è il Comune che ci offre la biblioteca Sala Borsa, e basta». Le strutture universitarie sono un punto di riferimento, anche per i pendolari, ma la sera, il sabato pomeriggio e la domenica sono chiuse. Per l'università uno studente esiste dalle 8.00 alle 19.00, «quando esce dall'Ateneo e diventa un cittadino non se ne occupa più» denuncia Critelli, «mentre L'Alma Mater ha il dovere di occuparsi anche dell'integrazione e dell'osmosi tra lo studente e la città».
L'amministrazione Cofferati si sta attrezzando per l'apertura serale delle aule studio, e, secondo Maria Cristina Santandrea, assessore alle Attività Commerciali, turistiche e marketing urbano, il Comune è molto attento a creare spazi di partecipazione per gli studenti, attraverso bandi e iniziative culturali. Ma anche «spazi intesi come alloggi, non per ludismo personale». Di qui l'impegno per stroncare gli affitti in nero e per l'edilizia popolare pro studenti, con la costituzione dell'Ufficio alla casa. Trovare spazi per gli studenti nel centro di Bologna è sempre più difficile: «non bisogna assecondare un numero che cresce in modo esponenziale. Bisogna pensare cosa la città è in grado di accogliere come la dignità degli studenti dovrebbe meritare». Corvaglia concorda, l'Alma Mater ha seguito la politica dei grandi numeri, «ma non s'è mai posta il problema di creare situazioni, creare strutture che potessero migliorare la convivenza tra studenti e residenti: agli studenti non rimane che riversarsi sulle strade».
E sulle strade del quartiere universitario c'è assai poco decoro. Cristina Costa, studentessa di Psicologia, racconta di punkabbestia più o meno pacifici con i loro cani, cartacce, urine e feci di animali. Palazzi e portici sporchi non invitano a passare di lì gli abitanti del centro che non sono universitari, per Valentina «non c'è nulla di bello da vedere per cui di sera ci sono semplicemente i locali dove vanno gli studenti e i ragazzi in generale e poi lo spaccio». Alcune persone soggiornano in Via Zamboni a tutte le ore e «fanno di tutto in quelle strade, diventano delle specie di loro abitazioni più che luoghi pubblici» spiega Ida. Molti lasciano bottiglie e sporcano. Secondo Federico «ci sarà anche qualche studente, ma la maggioranza è gente che l'università la vede da lontano», anche se Valentina ha abitato un anno e mezzo proprio dietro Piazza Verdi e porta una testimonianza diversa: «c'era della gente che mi faceva la pipì sotto casa mentre rientravo. E non erano sicuramente dei punkabestia da com'erano vestiti, erano studenti normalissimi. Via Zamboni è proprio tenuta male». «È tipico delle città metropolitane, non solo di Bologna, avere questi problemi sulle vie» afferma Critelli, ma, ribatte Sibiano, «proprio questi problemi hanno fatto calare negli ultimi anni gli iscritti all'Alma Mater». La tendenza generale è che le grandi università hanno meno studenti a vantaggio di piccole città, meno problematiche dal punto di vista sociale e meno costose, come Urbino.
Ma gli studenti possono fare qualcosa contro il degrado? Si alza un coro di no: il dovere dello studente, lo dice la parola, è studiare e anche non sporcare.
La pensa diversamente l'assessore Santandrea: anche gli studenti devono fare la loro parte se vogliono essere bolognesi a tutti gli effetti. «A me piacerebbe molto che chi sta a Bologna meritasse di starci. Vorrei che i ragazzi si affezionassero alla città, che la sentissero propria, che si insinuassero nel tessuto sociale per essere più attivi».
Intervista a Maria Cristina Santandrea
Intervista a Francesco Critelli




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